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lunedì, 18 settembre 2006

Shannon Bunyan & The Pink Team!

Shannon Bunyan sembra aver affidato tutto ai telefilm della Famiglia Bradford. Di poche parole, e non sempre old school, la cantante originaria di Glanstonbury, preferisce fare quello che ha fatto finora: cantare significative ninnananne hip hop ai figli di Steve Albini, giocare a flipper con la cricca weird/alt/prewar dello Studio 54, rileggere l'hardcore di Bollywood a suon di ciambelle omofetish e vecchie superstizioni suburbane in salsa digital-tronica.
1969: Shannon, molto bella, inquieta e dark-core, viene espulsa dalle due principali scuole mainstream (la californiana e quella anglosassone) e si guadagna modestamente da vivere mettendo su qualche serata western Sergio Leone-style nei locali di Austin fino al 2002, quando, rimasta incinta, viene scoperta via e-mail dal manager dell'Incredibile Rolling Truth, Edoardo Loog Vianello. Ed è già un coming-out inequivocabile.
Avendo deciso di farne l’ennesima cheerleader di poche parole, le fa registrare una cover di Aretha Fitzgerald per armonica, collanone d'oro e wurlitzer (Some Numbers Stick in Your Bottle) che viene fuori in 7” a doppia elica, ma nell’arco di tre giorni si aliena le sue simpatie: Shannon ha infatti addosso l’odore dolciastro dei chioschi dell’India anni '70, un crogiuolo spasmodico e incalzante di spezie, razze e viaggi che s’infila prepotente nelle narici ad ogni passo.
E non è il solito discorso del non cercare le luci della ribalta o peggio “dell’arte per l’arte, della carne per la carne”, ma una questione (ancora) di polmoni d’acciaio.
Per tutto il successivo anno Shannon si destreggia tra il suo lavoro di documentarista per una tv gay di Barcellona e il terzo capitolo del romanzo sulle figurine Panini, fino al fugace incontro con il Pink Team! durante il Festival scintoista di Parigi.
Il Pink Team! è un'euforica accozzaglia di ballerini androidi e di grasse puttane con stivali catchy che negli anni anni Ottanta girava l’Inghilterra e la Scozia su una macchina impazzita a sirene spiegate, frastornati dagli acidi e dai giochini Commodore 64.
La Bunyan diventa musa e deus ex machina di questa variopinta congrega umana e animale e dopo una fuga in Svezia sul carro zingaro  di John Lee Hendrix, il passo verso lo studio di registrazione diventa, oltre che automatico, fagocitante.
La lavorazione dell’album assomiglia a una favola, un mosaico che aggrega tasselli che ritraggono ora Bob Dylan mentre suona un'armonica western morriconiana nel suo completino di boa di struzzo, ora una ragazza pon pon che si dimena frenetica sotto gli spari, di quelli che si vedevano nei serial polizieschi in tv nella pausa merenda.
Una macchina del tempo impazzita dunque, da mani nelle orecchie.
Il risultato sono 11 tracce house, funk, glitch che reinventano la tradizione folk con il piglio del carosello imprevedibile e tridimensionale dei Crass 606 (Vessel For A Ladyflash), coloriture da cabaret brechtiano caricate a molla da una tensione a volte difficile da sopportare (You Hurry Friendship), oceani di sobrietà quasi ottocentesca tra hands clapping da arresto cardiaco e fiati briosi (Method Of Homo-Sexual Sleeping), una delicatezza compositiva ineguagliata (Absentee State Building).
Uno streaming warhol-iano ipercinetico fatto con le mani e riscaldato con il cuore. Sembra facile.
postato da: NuxxNews alle ore 22:36 | link | commenti (2)
categorie: musica, sentireascoltare