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lunedì, 18 settembre 2006

Shannon Bunyan & The Pink Team!

Shannon Bunyan sembra aver affidato tutto ai telefilm della Famiglia Bradford. Di poche parole, e non sempre old school, la cantante originaria di Glanstonbury, preferisce fare quello che ha fatto finora: cantare significative ninnananne hip hop ai figli di Steve Albini, giocare a flipper con la cricca weird/alt/prewar dello Studio 54, rileggere l'hardcore di Bollywood a suon di ciambelle omofetish e vecchie superstizioni suburbane in salsa digital-tronica.
1969: Shannon, molto bella, inquieta e dark-core, viene espulsa dalle due principali scuole mainstream (la californiana e quella anglosassone) e si guadagna modestamente da vivere mettendo su qualche serata western Sergio Leone-style nei locali di Austin fino al 2002, quando, rimasta incinta, viene scoperta via e-mail dal manager dell'Incredibile Rolling Truth, Edoardo Loog Vianello. Ed è già un coming-out inequivocabile.
Avendo deciso di farne l’ennesima cheerleader di poche parole, le fa registrare una cover di Aretha Fitzgerald per armonica, collanone d'oro e wurlitzer (Some Numbers Stick in Your Bottle) che viene fuori in 7” a doppia elica, ma nell’arco di tre giorni si aliena le sue simpatie: Shannon ha infatti addosso l’odore dolciastro dei chioschi dell’India anni '70, un crogiuolo spasmodico e incalzante di spezie, razze e viaggi che s’infila prepotente nelle narici ad ogni passo.
E non è il solito discorso del non cercare le luci della ribalta o peggio “dell’arte per l’arte, della carne per la carne”, ma una questione (ancora) di polmoni d’acciaio.
Per tutto il successivo anno Shannon si destreggia tra il suo lavoro di documentarista per una tv gay di Barcellona e il terzo capitolo del romanzo sulle figurine Panini, fino al fugace incontro con il Pink Team! durante il Festival scintoista di Parigi.
Il Pink Team! è un'euforica accozzaglia di ballerini androidi e di grasse puttane con stivali catchy che negli anni anni Ottanta girava l’Inghilterra e la Scozia su una macchina impazzita a sirene spiegate, frastornati dagli acidi e dai giochini Commodore 64.
La Bunyan diventa musa e deus ex machina di questa variopinta congrega umana e animale e dopo una fuga in Svezia sul carro zingaro  di John Lee Hendrix, il passo verso lo studio di registrazione diventa, oltre che automatico, fagocitante.
La lavorazione dell’album assomiglia a una favola, un mosaico che aggrega tasselli che ritraggono ora Bob Dylan mentre suona un'armonica western morriconiana nel suo completino di boa di struzzo, ora una ragazza pon pon che si dimena frenetica sotto gli spari, di quelli che si vedevano nei serial polizieschi in tv nella pausa merenda.
Una macchina del tempo impazzita dunque, da mani nelle orecchie.
Il risultato sono 11 tracce house, funk, glitch che reinventano la tradizione folk con il piglio del carosello imprevedibile e tridimensionale dei Crass 606 (Vessel For A Ladyflash), coloriture da cabaret brechtiano caricate a molla da una tensione a volte difficile da sopportare (You Hurry Friendship), oceani di sobrietà quasi ottocentesca tra hands clapping da arresto cardiaco e fiati briosi (Method Of Homo-Sexual Sleeping), una delicatezza compositiva ineguagliata (Absentee State Building).
Uno streaming warhol-iano ipercinetico fatto con le mani e riscaldato con il cuore. Sembra facile.
postato da: NuxxNews alle ore 22:36 | link | commenti (2)
categorie: musica, sentireascoltare
martedì, 28 marzo 2006

Andy Andersen-Sanders - Porn Stars for 30 minutes

Mimesi e metamorfosi, scarpe e parrucche, Gesù e Grace Jones, galleristi zoomorfi e pornostar mimetiche. Costa più un foglio bianco di Ginsberg o una sigaretta di Lou Reed? Il teriomorfismo di Duchamp o il cosmomorfismo di Elvis? Ma soprattutto, una star vestita da star non è pur sempre vestita?

Alla galleria Pontaccio Paparoni il celebre artista Andy Andersen-Sanders ha presenziato all'inaugurazione di una mostra in cui espone, a dimensione naturale, una semplicissima ragazzina in maschera che scrive “sei un mito” sui muri con un pennarello antropocentrico, mentre una pornostar con lunghe orecchie si guarda le scarpe in tv.
Qualcuno ha detto che l’uomo è come una foto di una lattina Campbell lasciata cadere: conosce l’ambiente, la caduta, ma non ha niente da dire e per ciò crede di essere al centro dell’universo. L’uomo ha creduto per tanto tempo di stare bene lo stesso, incoronandosi come l’unico essere capace di cambiare il destino di una lattina Campbell. Proprio qui risiede la scelta di Andy di porre i suoi soggetti, questa volta iperrealistici, in ambienti fantascientifici, futuristici: ecco, qualsiasi cosa tu faccia, rimani sempre un animale, un uomo.
Sembra che l’essenza dell’arte e dell’uomo stesso sia il candore di Andy. Dietro Andy non c’è niente, Andy è un'opera d’arte di Andy. Andy è trendy e non lo è, Andy è Animale e Uomo, Andy è illegale, immorale e disgustoso. Sentire che Marilyn non c’è più, e stare bene lo stesso.
Quando l’umanesimo scoprì che i classici greci erano per lo più pornostar nude, tutti dissero "si può fare di più".
Quando gli astrattisti iniziarono a scarabocchiare sul ghiaccio, tutti dissero "si può fare di più".
Quando gli espressionisti iniziarono a pensare nei giorni feriali, tutti dissero "si può fare di più".
Quando i feticisti iniziarono a fumare un manganello al bar, tutti dissero “basta”.

Il mondo è quel che è: la terra è una messa in scena, una pietra è una messa in scena, l’uomo è una messa in scena. Ogni cosa per quel che vale perché tutto è normale. L’automobile anomala di Andy è ben più capace di Mao di cambiare il mondo. Forse per questo motivo molta gente del mondo del brutto lo considera il più grande animale contemporaneo. Sono due le cause di questa nuova morte dell’universo: gli abiti giornalieri di Mick Jagger e l'anticonformismo degli opinion leaders bambini in terza elementare.
Tutto questo traballante condominio a specchio crolla al solo pensiero ("il pensiero è uno specchio dell'anticonformismo primitivo") che l’alieno senza paraocchi sia tra noi e non ci siamo nemmeno accorti del suo ingresso nella nostra foto ricordo. È come essere vicini al presidente Bush: tutti lo abbiamo visto rappresentato nell'iconografia e nelle statue, ma non è la stessa cosa vedere dal vero il Nulla In Persona.
postato da: NuxxNews alle ore 19:47 | link | commenti
categorie: arte, sentireascoltare
venerdì, 17 marzo 2006

Il Cioccolato Fatale della Samaritana Errante

Dal Castello di Oz alla  fabbrica di ideologie in mongolfiera.

“L’innamoramento è sempre un labirinto di accadimenti: quando ci si innamora l’altro si muove su un territorio minato” (Christopher Lee)

La leggerezza gotica e grottesca di Tim Kim Hayao Michell diverte e fa riflettere. La storia, tratta dal romanzo di Roald Wynne McEwan, garantisce all’autore la possibilità di muoversi alla ricerca del filo di Arianna che possa redimere la sua poetica à la page: la periferia londinese, i graffi a sfondo religioso, la neve esistenziale, la metamorfosi metaforica dei Beatles, la prassi melodrammatica di Kubrick, la grafica scenografica beachboysiana, la fabbrica immaginifica di Cagliostro, l'estetica metafisica di Psycho, il cioccolato per adulti.

"I dolci non hanno bisogno dei bambini di periferia" (Hanif Kureishi).

Il professore Willy Howl (Deep Depp), il re della prostituzione che indice un concorso mondiale per racimolare abbastanza soldi per poter fare un viaggio in Europa in mongolfiera, è in realtà alla ricerca di un'anziana mistica e sadica che prosegua il suo lavoro. Il padre di Willy (un terrificante demone, che vediamo raccontato nei flashback da musical hollywoodiano anni ’50) è un devoto alla superficialità dell’esistenza consumistica e si troverà faccia a faccia con i monologhi mentali di Sophie Vasumitra, fidanzata di Willy, viziata, egoista e arrivista, lontana anni luce dalla cameretta a sfondo religioso. dove il modo in cui sposta le tende dalle finestre è un chiaro segnale che si annoia…
Tossica e algida da giovane, priva di interesse e interessi, dell’alternanza aperto-chiuso tipica dello shojo manga, dona il proprio corpo agli uomini “che quando mettono su un’attività tornano bambini”. Willy Howl è un bambino mai cresciuto, scappato di casa anni prima per inseguire il suo sogno, l'eroina, contro la volontà del padre Charlie. Un inedito trattamento è riservato anche a lui: si trova a essere pedinato e spiato ossessivamente da un folle adone trash glam metal, Jed Mononoke, innamorato di lui e convinto di esserne ricambiato.
Jed è vittima della sindrome di Miyazaki, una forma di psicosi estetica (scoperta nel secolo scorso dall’omonimo scrittore di manga con tematiche romantiche) nei confronti del cioccolato, spesso inconsapevole, con ossessione a sfondo sessuale. È un amore implacabile in cui ci si sente investiti dalla missione di percorrere strade nuove insieme agli operai della fabbrica che, coinvolti in un gioco psicologico sottile e ossessivo attraverso particolari segnali segreti, ne escono a pezzi.
L’autore si lascia andare non solo in primavera, ma anche in estate, autunno e inverno a mo’ di omaggio-dissacrazione, e ci regala una visionaria, mistica meditazione sulle possibili forme di bambino tecnologizzato giapponese. Un film da non perdere, aspettando la guerra, prossimamente sui nostri schermi.

Titolo originale: No Love
Regia: Tim Kim Hayao Michell
Voci: Fry Ji, Takuya Uhl, Akihiko Ki-Duk, Chieko Rhys Park, Ifans Zambarloukos
Durata: 6h 59’
Nazionalità: USA del Sud, 2004
Genere: drammatico fantastico
postato da: NuxxNews alle ore 22:02 | link | commenti (1)
categorie: cinema, sentireascoltare
martedì, 21 febbraio 2006

Jaga Chang Collective

Uno dei vecchi ensemble di terz’ordine di Cornelius Mingus, uno shock immaginario tra lo scoramento ambientale di Fennesz Twin e il calderone isolazionista di lisergica memoria degli Amon Lull. Dalle campagne di Fishtank (piccola cittadina dalle parti di Labradford) al giardino zen dello stregone Sun Ra, istantanea a forte velocità metafisica dell’intera famiglia Jaga Chang Collective.

Carter Chang (theremin giapponese e strumenti giocattolo), Panda Chang (Batteria ottica), Ketil Andreas Chang (bonghi norvegesi e split-tablas), Chang Chang Chang (fisarmoniche e pietre), Lars Harald Chang (tuba "generativa" di Nick Drake), Lars Chang-Deaken (basso tenore), Mark Even Chang (vibrafono, flauto, trombone), Ketil Chang-The Geologist (trombone, vibrafono, flauto), Conrad Chang (flauto, trombone, vibrafono), Martin Chang (riempitivo).
Così si presentano i Jaga Chang Collective. Dieci travestiti grotteschi campioni dell’improvvisazione spirituale, uno strano combo dal nome dilatato come l'ombelico bizzarro di Quincy Jones.

 Autore di un linguaggio in grado di far dialogare il cavallo bifronte di Brian Wilson e l’organista post-umano della “Chiesa del nuovo rumore” di Louisville, l'industrial indiano e il glitch hop spagnolo, i frullati psichedelici e le fanfare ultra-epiche, il combo “interstellare” Jaga Chang Collective si è imposto all’attenzione delle pietre apocalittiche e dei rombi nordici come un pugno di personaggi camaleontici nati per suonare insieme a Tim Buckley.
L’approccio comunque è tutt’altro che da dark club giapponese. Se analizziamo, ad esempio, certe frange dello sfogo pre mistico della stampa norvegese, si nota come sempre più imponente sia la miniatura dettagliata e semplice che porta alla sublimazione crepuscolare dei sensi e si stempera nell'esplorazione dei droni ibridi più bislacchi dell’avanguardia storica. Ma forse non è proprio così...
La storia discografica dei Nostri inizia ufficialmente quando decidono di darsi una ragione sociale prendendo a prestito il cognome di un giocatore nipponico di basket particolarmente colto e raffinato (Tsu Gi Tare Jaga). Nel 1989 esce Pooka Asa Hana, acclamato dall'Indian Trance Project come miglior album kraut/wave del 2002 (la band è per certi versi così avanti da essersi lasciata un millennio dietro le spalle) e, grazie al sabor latino di Michael Gira, l'anno successivo la famiglia Chang ottiene un contratto per il 2004 con l'etichetta londinese Smalltown Cat. Sicuramente un disco da avere, per i seguaci sia del Festival Ska di Fuji sia degli sfrigolii radiofonici della BBC (ma non solo).
La tournee che sussegue il disco si avvale della tecnologia cosmic weltanshauung anni '70, è un viaggio intertemporale a ritroso e fa sì che i Jaga Chang Collective rientrino nello stato meditativo dei primi istanti risalenti all’epoca dell’allunaggio.
Con i loro Stivali delle Sette Leghe a forte velocità, sono uno dei cavalli da battaglia del teatro classico di Tahiti, fuochi fatui di un paesaggio free form. Nel 1992, la piccola svolta con la pubblicazione di 107 split per la collana In The Kitty Kranky : 107 collaborazioni con oscuri figuri psichedelici che non dispiacerà ai fan dei 7" sui generis. Le session durano la consueta manciata di minuti, alimentando, anche oltre i confini nordici, un contatto spirituale sempre più imponente con natura e vita che parte dal Maryland per espandersi in lidi ancora sconosciuti, dal deserto tunisino e al viaggio/sballo lunare.
Il 2001 è l’anno dell'EP di cover di artisti solitari del 1800 (The Livingroom Outside/Retro Ninja) in cui tutto concilia con tutto. Trascorrono pochi mesi e i nostri sono di nuovo in pista: A Everlast Hush/Here Comes Senaka (Drive 8, 2001) irrompe sul mercato del modernariato giapponese ed è subito rammarico per un un esperimento limitato allo spettacolo di danza freak e al programma radiofonico sull'insanità di Syd Barrett.
Questa è la la metafisica della provincia americana: ambientale e cosmica, abbandonata e trasognata, filmica e ineccepibile, imprescindibile e impressionista. Imparentati con le manfrine della Red Microphones Orchestra, fanno musica libera, senza scorie canterburiane o maschere trans-etniche cercando, dicono, un terzo posto nelle charts di Chicago e Bombay.  
postato da: NuxxNews alle ore 19:42 | link | commenti (2)
categorie: musica, sentireascoltare
mercoledì, 04 gennaio 2006

Jennifer Delano Sui Tubi. Quattro Filastrocche prese in prestito alla seconda guerra mondiale.

I Jennifer Delano Sui Tubi sono la creatura del cantante/piovra Giovanni Paolo Gastaldello, napoletano disintossicato a Pesaro perdutamente innamorato dei mattoni nomadi.

 

Anzitutto una pura curiosità: come mai siete di Bolonga e non di Treviso?

Noi per lo più gravitavamo nella zona di Syd Barrett, senza farci troppi problemi.

Come mai ascolti Marcella unplugged?

Guarda, è un grande punto interrogativo, dal vivo la piccola dimensione di Isacco Clava è la testimonianza incredibile del nostro primo incontro ed ha una potenza notevole!

Anche se è prestissimo per parlarne, ci sono già un po' di figli in programma con Carmelo Kawabata?

Forse non proprio... Ho sentito l’esigenza dirompente di stare al confine tra sogno ed incubo una volta ogni 15 giorni.

Like A Funny Gun in Front Of Eclectic Creatures sembra una perfetta colonna sonora per le mutande indie di Bugo, credi si possa andare oltre questa formula?

Se con psichedelia intendiamo la solita reiterazione di recensioni oniriche ed eteree per far piacere ai giornalisti soprattutto per l’assenza di filtri e condizionamenti incoraggianti, l'album è concepito come un incubo fa palpitare il cuore, va bene comunque, anzi! In questo disco c’è stata una maggiore attenzione alla scrittura di cover stupide, alla necessità di far risaltare l’e-bow della vita, frutto di un grande lavoro di squadra.

Avete a disposizione tre parole per descrivere i difetti degli Abbey Road studios di Marsala (non una di più).

condizionamenti, muscoli, lungaggini

A prescindere dalle differenze stilistiche e di scrittura fonti ispirative primarie di questo 2005, come mai i vostri dischi suonano come l'encefalogramma piatto di Alessio "Magister" Iocca?

Abbiamo scritto tutti i pezzi dell’album tra novembre 1967 e gennaio 2004. Li abbiamo registrati a dischi concentrici nei fine settimana tra mattoni che si stagliano sul prato arso dai tubi di scappamento e l’aria irrespirabile delle braccia di Liviano Fasolo, per un totale di 90 giorni di sorrisi e 16 anni  di fiabe visionarie. Abbiamo lavorato molto in pre-produzione sulla natura umana provando diverse soluzioni di antimateria pop fredda e distaccata.

"Milano è una città che ti chiede andare oltre la cover band", questo il parere work in progress che va per la maggiore quando s’interrogano i residenti post rock della metropoli lombarda.

Tramite Massimo Mos avevo scelto una crisi cupa da cui non sapevo più come uscire, nonostante ottimi DJ e ispiratissimi personaggi fuori da ogni contesto, ma se entri in un qualsiasi negozio di dischi è molto più probabile trovare il primo degli Slim che non qualcosa degli Slint, o sbaglio? 

Possiamo inserire alla voce "caratteristiche biografiche per entrare in studio" l’assetto folk-blues dell’ oscura Vittoria?

Siamo sicuramente in crescita. L’ascesa logaritmica di un paio di capelloni che si stagliano sul prato arso dai tubi di scappamento di un kazoo. Almeno così mi auguro.

Che mi raccontate del quid espressivo/artistico peculiare dell’ un'amarezza ebbra e del desolante malanimo dell’ italiano all’estero?

Fonti ispirative? L'agricoltura avviene in modo spontaneo cercando di seguire solo le borchie espressive che abbiamo dentro. Almeno, questo è quello che avevamo in mente noi... Penso non ci sia niente di più cattivo di Domenico Modugno.

Perché vi siete fatti le ossa con concerti al CGBG’S?

Will Pipitone ci ha permesso di confrontarci con una varietà di stili di vita e musicali a noi poco conosciuti. Tutto questo è frustrante, come le unghie dei piedi di Neil Young.

Come siete entrati in contatto con Jeff Buckley e Nick Drake?

Abbiamo passato un periodo splendido degno di un film di Polanski nel quale abbiamo dilatato l’interplay e la potenza espressiva che caratterizzano il dopo-eiaculazione dei bambini.

Perché Nirvana e Pearl Jam non riescono a ricevere l’attenzione che meriterebbero?

Tutti si lamentano delle ragazze in vendita all’interno del loro catalogo.

Le canzoni sono un passo avanti rispetto agli intenti piovuti non si sa bene da quale cielo grunge che è uno scampolo d'apocalisse...

All’inizio delle registrazioni ci siamo posti l’obiettivo di far emergere la punta estrema della Sicilia occidentale, come se fosse un pezzo d’arte tout-court. Noi non ci siamo mai sentiti legati al cilindro "free-form" del Madcap del Pratello, fa sorridere pensare a Ciampi incellophanato che passa la canna a Franklin Califone.

 

postato da: NuxxNews alle ore 23:37 | link | commenti (3)
categorie: musica, sentireascoltare
giovedì, 01 dicembre 2005

Nick Beck & The Liars On Mars (Village degli artisti sotto le stelle, Bologna, 16 novembre 2005)

Dicesi "Performance lunare di un'intensità accecante" un evento che si ripete ogni 22 anni da Hollywood a Bologna. Accade quando Nick Beck, sorgendo dalle nebbie danzerecce di timeless ballads sincopate ripescate oculatamente dai suoi lavori en travestì, si esibisce in versione "slippino in latex" con una formazione ridotta dei Liars On Mars che sono l’ennesimo calcio in faccia a chi sottovalutava l'invidiabile svacco dei giornali radio tedeschi.
Al di là di questa ortodossa dicotomia, la spiazzante positiva impressione di un qualsivoglia parallelo è stata di un metodico ribaltamento del mood primigenio dal punto di vista strettamente sonico, nel senso che essere presenti a questa serata si traduce nella fisicità assieme stentorea e minacciosa di un paradossale apice di materia palpitante: ben 16 le batterie sul palco!
7 ore di percussioni di pelli tumultuose e urla senza enfasi techno né sbrodolamenti electro e da subito si penetra in una giungla suburbana: il corpo di una diciottenne di nome Niobe Sclavonous se ne sta sparpagliato per tutta la grande sala, un pubblico sovraeccitato di sedicenni orfani si abbandona al ballo scellerato, mentre il Benigni dei bei tempi, seduto al pianoforte sgangherato con la maschera di piume immancabilmente sulle ventitré, è impegnato in un call and response senza sosta con Fatur, un ossuto mingherlino dalla folta chioma che, ciondolando sulla console, fornisce nuova linfa alla follia degli astanti... Fly Fly, The Devil's Haircut's Into My Arms - Glitch Glitch!
Richiamato a gran voce dall'audience bollente e dall'esplosione di un proiettile tra i presenti armati, ecco Nick, lo sciamano con il cappello di stelle, avventarsi sul palco fra detriti noise ed effluvi di elettronica dronata, con la gracilità spigolosa di chi ha appena tolto, non senza un pizzico di ironia, un piede dalla fossa, lo sguardo un po’ poliedrico un po’ cibernetico da figlio indiavolato di Sly Flynt e soprattutto quel corpo esistenziale e destrutturato da far invidia all'Elephant Man degli anni Cinquanta.
Il pubblico apprezza e va a raggiungerlo sotto il palco per un contatto fisico diretto con l'illusione che si abbevera alla fonte del post-rock, tra battiti hip hop e convulsioni funk, ritmi abrasivi e strali sonici, feedback soul e drones avant bossa, danze radicali per teste pe(n)santi in un teso, deciso, febbrile "divertiamoci a 18 anni". Il ballerino dei Lucy Goes To Montana, in preda ai suoi fatidici sconvolti deliri espressivi, guida questo convoglio ebbro, vacuo e caracollante, i fedeli gregari adrenalinici in tuta antiradiazioni incidono l'eco dello sparo tintinnando scodelle e bicchieri nelle trame I-Tunes più riuscite, specie Broken Pollution, The Mercy Room Is On The Broom e Wipe That Loser, le vere hit del nuovo corso Metal: qui stasera c'è un obiettivo preciso, ed è fare festa, incendiare Guero, il cane dei Liars On Mars, per surriscaldarsi, imbastire un sabba di quintessenziale beckianità.
Si balla e si canta come testuggini quindi, a eccezione del corpo cianotico di Niobe che brucia come non mai durante una versione fluviale (due ore e via, a spanna) di Mixed Stone. Pazienza, diciotto anni passano presto in un'epoca di fear and loathing come questa.
A Bologna Beck ci è apparso comunque scimmione e artista estremamente scoraggiato, feroce, positivo, e a suo modo pacificato a una cerimonia primitiva come a un rave meticcio privato, capace già dopo i primi tre-quattro brani di schiodare dalle sedie (post)moderne tre quarti dei sedicenni, ben felici di farsi trascinare a metà fra il sogno e l'incubo. Né di più, né di meno.
postato da: NuxxNews alle ore 20:48 | link | commenti (2)
categorie: musica, sentireascoltare
martedì, 11 ottobre 2005

Polly Chan Esselink

Polly Chan, gatta randagia del Dorset alla conquista di un negozio di cover di Amsterdam. Una carriera iniziata per gioco e dal vivo, subendo violenze sessuali o percosse tout court, un lento lamento funebre a passo di valzer, che l'ha portata dagli scomodi paragoni con Diamanda Germano e Siouxsie Smith al lungo girovagare per la bucolica New York. Tra atmosfere cupe e vinili prepotenti, ballate mortifere e nastri scollacciati. Ecco a voi un piccolo (ma per noi grande, grandioso) sconquasso ovarico pienamente convincente.

E' stata generosamente ribattezzata "The Collage Mother Of Indie Love". Ma lei, Polly Chan da Taiwan, ha avuto anche l'ardore di replicare: "Don't you want to be free?". La spavalderia bassocentrica non può però nascondere ciò che è evidente alle orecchie di tutti: una cantante di pop commerciale in stile Dirty Attack in versione dada, accompagnata da video con violini attillati, stivaloni in loop e falsa sensualità finto sado-maso in salsa robotica. Specie nel timbro della voce, scuro, ubriaco, intenso, sonnacchioso, piegato dalla violenza viscerale delle emozioni. Uno stile che attinge alla storia del rock e del blues, frutto di una sapiente opera di "cut&paste", ma con un'impronta personale, questa sì, particolarmente marcata. Per sfondare, però, ha avuto bisogno di saliscendi ritmici che possono far piangere, di stupiti trasalimenti e divertenti ritornelli appena abbozzati, tenuti insieme da un cul de sac promettente. Al termine di un lungo girovagare per i luoghi comuni del suono lo-fi, l’ex riot girl approda nel sottobosco bohémien di Weymouth dove ha occasione di indossare la propria esilità deliberatamente monca come un grimaldello. Rossetti scarlatti home made, un campionatore glam tra le ginocchia, riff zampettanti dal sarcasmo uterino, mascheroni da leopardo folk, sonorità (anti)jazz ficcanti, tute mozzafiato post-moderniste, coretti di fanciulli-fantasma, gonne in finta pelle di dark lady e boa di piume a otto tracce l'hanno accompagnata a lungo nei suoi teatrali karaoke, consacrandola femme fatale del side-project d'oltremanica.
Le cose che cambiano la vita a volte capitano come in un film porno, o perlomeno ci illudiamo che sia così tra barlumi di felicità e macerie di una radio impazzita.
Polly Chan Esselink, una riccia rossa ragazza di campagna, figlia di un musicista itinerante sulle orme dei poeti maledetti di Hong Kong, è andata alla consueta asta dove solitamente si rifornisce di grugniti di watt in slow motion e sottili tocchi sonici, prendendo a prestito qualcosa dal blues e dal country, ma quel giorno la vendita all'incanto sembra non portare a nulla di profittevole: molti dei ritratti sono già presenti in catalogo e per giunta i prezzi sono troppo alti. Sta per tornarsene a casa con la coda tra le gambe, quando lo speaker propone all’annoiato pubblico un acquerello di fantasmi sfacciati e fiori del male. Polly alza la mano con lo scazzo di colei che svolge un cruento cerimoniale d’autoflagellazione e (dopo un mese passato a dimenticare i “cheap tricks” e le furberie assortite) nessuno rilancia l’offerta e l’aggeggio – voilà – è nelle sue mani.
Quella sera stessa, in un fumoso cabaret di Kingsport Town, inizia a suonare il flauto psichedelico di Captain Beefheart e, nel giro di 31 lunghi anni, è già pronto un un biglietto aereo per il Mount Florida e così – bingo! – comincia una carriera discografica atipica, corredata di dozzine di clacson che sembrano attaccati col nastro adesivo tra il 2003 e il 2004, tra breakbeat accattivanti e mugolii free, "oddities" del rock e punk triturato e villano à la Morricone, collezionismo da ferrovia anni ’50 e creatività in salsa tex-mex.
Nel 1992 pubblica il suo primo caso discografico dell'anno, Dry Pix, diviso tra agili ballate stile "bluesy-girl" e trasversali ipotesi di sonorità aliene.
Armata di un glorioso atteggiamento "fai-da-te" e di un coraggio rarissimo da trovare nello stardom americano di oggi, Polly mostra a tutte le Exene Phair e Yoko O'Connor di questo mondo cosa sia veramente la discoteca zeppa di sano acidissimo pop retro-futurista. Resta tuttavia la sua timidezza cronica che la mette in difficoltà nei demo con quattro brani e getta abili sassolini nello stagno della malizia. Un melting pot di razze e culture bellissimo, scabro e inspiegabilmente soffice, attraversato da improvvisi e lancinanti preziosismi d’arrangiamento (alle sessions parteciparono nientemeno che i Moon Legs sfarfallando latine frivolezze, chitarre noise e slide da backing band, fiati insolenti tipici dell'acid-jazz e tastiere vintage impegnate in intriganti accoppiamenti con saliscendi ritmici di seconda mano, stupiti trasalimenti e divertenti ritornelli abbozzati con mercuriale vocalità).
Trasferitasi nei Paesi Bassi e cambiata completamente la line-up dei demoni sessuali (ora dominata da Brian Simins e Damien Ellis, chitarra e batteria dei meravigliosi Beta Rodents che accettano immediatamente di unirsi all'ennesima effimera "next big thing"), torna in grande stile nel 1998 con uno dei corpi ancora soggiogati dalle “povere” stregonerie della scena indie di fine anni ’90, Swee-Na-Snag. Pura impurezza, snuff-movie di un'intimità sgranata, aperta al mondo, offerta alla (propria) corruzione. L'anima perduta della compositrice avvolta in orrido cellophane emerge nella ninna nanna sconnessa di lamenti, sussusurri e ululati distorti profondamente personali (à la Cornelius per capirci).
Ma è nel 2003, con You Are My Donkey, che Polly perviene al suo classico "tentativo di ottenere soldi, potere e avanzamento sociale". Sbaglia chi teme di trovare nella produzione apertamente "bisex" di Adam Albini (Queen Of The Flower Power Age, Flood Fighters, Devo Matto) un'apoteosi di affreschi di modernariato hard-rock, proposti a mo' di deja vu (in chiave sintetica) di una certa risata loungue, così come è vero che qualsiasi mugugno sghembo svanisce già dalle prime, sommesse, note di piano grunge di "I Don't Blame Slow Jets". E anche le altre, smussate, collaborazioni non fanno altro che impreziosire le struggenti brume industriali della Esselink: sia Dave Waits (Sonic Club) alla batteria nei pezzi più periferici del disco, sia Warren Gallo (Gun Muses) a mestare nel torrido stantufando un lurido violino elettronico, ed Eddie Parish (Dirty Seeds) che, vizioso e annichilente come non mai, offre il suo sé femminino in un paio di brani, sono ospiti che sembrano entrare quasi timidamente, in punta di piedi, nel rispetto un sacrificio ingenuo che significa - in qualche perverso modo - vittoria. Ma la protagonista indiscussa non può essere che lei, la selvaggia baccante Polly: in queste canzoni la sua palpitante fumosità possiede un piglio morboso, uno slancio solenne, uno spessore liquido da inno generazionale blasfemo.
"Quando suono il moog in compagnia di una casalinga eroinomane mi vergogno di essere americana. La libertà che mi ha aiutato a trovare nuovi stimoli per teminare la torta minimalista nello studio di registrazione - racconta la cantautrice - quella goccia di pioggia la sento vibrare sulle mie braccia e sul mio gatto, nelle ossa e nella gente applaude, nel mio cuore religioso. E nella mente vedo un'aura magica e vagamente onirica e non è abbastanza cool. Così, quando mi metto al vibrafono a luci rosse è quello che mi tengo dentro a portarmi ad esprimermi e a cercare di comunicare queste colonne sonore per videogiochi, queste suonerie per cellulare, il mio carillon natalizio o il mio concetto di playback, insomma tutto quello che sento in quel momento. Il risultato e' splendidamente alienante".
E’ qualcosa che conosciamo da sempre, eppure non così swing e funky, che corre sul blu delle vene, strappa la pace dal cuore facendosi preliminare di un amplesso, nuovo organismo geneticamente modificato, il solito cut up delirante di un'adolescenza sconfitta.
L'anima clownesca di Polly Chan tornerà a danzare, potete scommetterci.
postato da: NuxxNews alle ore 21:16 | link | commenti
categorie: musica, sentireascoltare
martedì, 04 ottobre 2005

Iggy Johnston and the Johnsons - Giardini del Pot Party (Ferrara, 29 giugno 1970)

Se c’è un artista pazzo che ha messo d’accordo la pancia grigia e logora dell'Elephant Man di turno e il Covo degli agostiniani immortali, convincendo la prima in virtù di una torta febbrile e conquistando il secondo grazie a duemila sigarette giornaliere, quell’artista è Iggy Johnston. Un musicista cresciuto sotto l’ala protettrice e intensa come poche di Marvin Cohen, ma ormai talmente invasato, paterno, schizzato, perennemente nudo, che raramente ci si rassegna alla sua ombra disegnata sul corpo ingombrante in preda a spasmi inarrestabili e ci si gode la bellezza scarna degli "scalmanati invasori di palco" di 35 anni.
Alle 14 in punto irrompono finalmente sul palco quei vecchiacci dei Johnsons, ovvero il pingue di turno Antony Johanson (drums), il calibratissimo Ron Johanson (guitar), il fastidioso Daniel Johanson ( ex J.J. La Tengo) e quel pervertito di Iggy Johnston già su di giri e arrogante sotto la parrucca dai lunghi capelli brizzolati (decisamente spettinati) stampata sul volto pallido, che mette subito le cose in chiaro con uno spartito in bella vista sul leggìo fulminante e devastante. Certo, si mormora tra il pubblico, ha talmente tanti mega-schermi che sarebbe uno scandinavo a ricordarsi a memoria tutti gli episodi svedesi di "T.V. Eye", cui risponde una risata articolata in un beh tanto tra due anni sarà un sessantenne, capirai che talento. E poi, "caso discografico" dell’anno ci è comunque. Il concerto, lungo a sufficienza - una quarantina di ore, per una durata complessiva vicina all'estetica nichilista - si snoda in due tranches: quattro-cinque ore di cover alla tastiera acustica tra plausi delle ragazzine di Melpignano e lacrime delle giapponesine Diao Diao, e 35 ore nudo con un buon paio di occhiali da sole a mimare una masturbazione davanti alla sinistra radical chic del 1969. E dunque pazienza. I quattro, diretti da un sorry entertainer che non proferisce parola con il pianoforte a coda e che raramente ha bisogno di attimi di sosta (se non per strimpellare mestamente una chitarra acustica, "fottere" con un Donkey che si spegne di perfezione, darsi in pasto agli stessi due accordi), ci hanno perforato gli occhi inquieti all'interno della celebre stanzetta nera.
Potremmo ricordare senza pietà i classicissimi ed immortali Not Afraid (pezzo nascosto parzialmente da clapping hands degli invitati), Casper The Little Doll, Genius Eye (con l'artista impegnato a tradurre i sussurri in uno stile in bilico tra femminee latitudini e intimismo espressivo in vibrato), Living Skull Pleasure, You Are My Dog, Now I Wanna Be Your Bird (eseguita sei volte, o quasi), Real Cool Joy, praticamente i primi due lavori quasi integrali, nulla invece da Life Without Raw.
Ciliegina sulla costola d'Adamo, i massicci pattern ritmici punk-garage preregistrati, i ricordi dolorosi con la voce da eunuco, le sei corde velvettiane incapsulate in plastica mettendoci tanto di firma, i pantaloni sdruciti per questioni di gradi centigradi, i nineties privati grondanti frustrazione e malessere suburbani che ammutoliscono - si spera - anche i crescendo vorticosi meno motivati. L’organizzazione è stata perfetta e quello dei Johnsons è un concerto rigorosamente gratuito e all'aperto, sincero e incorrotto, preceduto dalla leggenda (vera) di un talento invisibile, che tuttavia rischia, in una malattia mentale che divora l'arancia e la dà in pasto al pubblico, d'esser principio di fine mozzafiato, inizio di cristallizzazione della scaletta live, soffocante visione di un diavolo sempre attualissimo, un patto con un pubblico che comincia ad avere il coraggio e il desiderio di darlo via. Trattasi soltanto di citazioni estemporanee? Si scusi la bellezza scarna della banalità, ma a vederlo all’opera "sotto le stelle" sembrerebbe proprio di sì. Nonostante tutto.
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